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martedì 26 novembre 2013

“La Chiesa per la scuola nella comunità” IV Conferenza sulla scuola e la formazione professionale (Verona, 24 novembre 2013)

La Chiesa per la scuola nella comunità”

IV Conferenza sulla scuola e la formazione professionale

(Verona, 24 novembre 2013)


Intervento di mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia

e presidente della Conferenza Episcopale Triveneto

La sfida educativa è, sempre più, l’impegno prioritario e urgente che contraddistingue questo nostro tempo nel quale sia la famiglia che la scuola vedono ridotta la loro oggettiva rilevanza, quali agenzie educative, e sono affiancate da nuove realtà, spesso non controllabili e di configurazione ambigua.
E’, questa, una precisa attenzione della Chiesa italiana nel decennio in corso.
Si tratta di una sfida dura e impegnativa ma sempre ricca ed esaltante perché, come diceva Papa Francesco quando era arcivescovo a Buenos Aires, «educare è di per sé un atto di speranza, non solo perché si educa per costruire un futuro, scommettendo su di esso, ma perché il fatto stesso di educare è attraversato da una prospettiva di speranza» (Card. Jorge Mario Bergoglio, Mensaje a las Comunidades Educativas, 23 aprile 2008).
Non stupisce, quindi, il fatto che siano i Vescovi e le comunità ecclesiali del Nordest - insieme a tante realtà associative - ad animare e promuovere la IV Conferenza sulla scuola e sulla formazione professionale, nell’ambito del Festival della Dottrina Sociale; è l’ulteriore passo di un cammino triveneto da tempo avviato e accompagnato da eventi pubblici tesi ad evidenziare non solo l’alto valore del sistema educativo, di istruzione e formazione delle scuole paritarie ma anche quanto esse siano profondamente e storicamente inserite nel tessuto di vita delle nostre comunità. Sono un tratto bello, prezioso e qualificante - potremo anche osare il termine “identitario” - della “vita buona” di queste nostre regioni.
L’attuale emergenza educativa esige oggi che ognuno dia il proprio contributo per superare ostacoli e barriere: la frammentarietà degli interventi, lo smarrimento delle famiglie, la burocratizzazione della scuola, il mito della “neutralità” educativa - a cui solo gli ingenui potevano dare credito -, la sfiducia nella possibilità stessa di educare, la marginalità a cui viene troppo spesso relegata la formazione professionale, solo per citare alcuni esempi.
Siamo arrivati oggi a Verona ben consapevoli che la posta in gioco è altissima e decisiva per il futuro delle nostre famiglie, delle nostre comunità locali, del nostro Nordest, del nostro Paese. Soprattutto in questo tempo di crisi prolungata, di cui attendiamo con speranza (e fiducia) l’annunciata “ripresa”, una crisi che rende ogni giorno più drammatica la vita e mette a rischio la sopravvivenza stessa di tante realtà scolastiche.
Possiamo fare nostre le parole che Benedetto XVI rivolse qualche anno fa alla diocesi e alla città di Roma mettendo in evidenza il compito urgente dell’educazione: “Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale” (Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008).
Avvertiamo di essere davanti ad un bivio fondamentale che chiama in causa la libertà e la responsabilità di ciascuno di noi, le possibilità di crescita e di rinnovamento dell’intera società.
Siamo qui perché ci sta a cuore la scuola che è bene pubblico, è bene comune da valorizzare e promuovere. La Chiesa è per la scuola, per tutta la scuola; infatti, solo una società che sa investire risorse economiche e umane nella formazione e nell’innovazione, inambito scolastico, può prepararsi ad un futuro nel quale la persona non venga subordinata alle scelte economiche e finanziarie per cui, alla fine, lo stesso lavoro non è più al servizio dell’uomo ma ne diventa il padrone.
Con questo spirito guardiamo all’iniziativa “La Chiesa per la scuola” che vivrà il suo momento culminante nell’incontro del 10 maggio 2014 in Piazza S. Pietro a Roma, alla presenza di Papa Francesco. Il Veneto e l’intero Nordest, in modo speciale, sono chiamati a rendere bello e partecipato quest’appuntamento, impegnandosi fin d’ora per garantire una presenza numerosa e qualificata.
C’è in gioco, innanzitutto, una grande questione di libertà. Una libertà riconosciuta e, anzi, tutelata da un testo “laico” come la Costituzione italiana che riconosce alla famiglia il dovere e il diritto di educare e istruire i figli, secondo una linea educativa liberamente scelta.
Rileggiamo, allora, tutto l’art. 33, spesso citato in maniera parziale ed equivoca: “La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali” (Costituzione italiana, art. 33).
Poniamolo ora in rapporto all’art. 118 che, nell’ultimo comma, evoca uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (Costituzione italiana, art. 118).
Intuiamo bene quanta strada vi sia ancora da compiere per realizzare in modo pieno e adeguato - nel campo della scuola e della formazione professionale - quell’istanza di sussidiarietà che potrebbe valorizzare al meglio i contesti e le risorse locali, allargare le opportunità didattico-formative e dare finalmente attuazione all’autonomia e alla libertà scolastica. Entra qui in gioco, in modo prezioso e insostituibile, la realtà della scuola paritaria.
Proclamare e sollecitare tutti a considerare sempre di più e sempre meglio il bene pubblico - il bene comune - della scuola significa anche superare scorie e residui consistenti di carattere ideologico che tanto danno hanno prodotto e continuano a procurare.
Si persevera infatti, ancora, nell’errore di considerare e propugnare “una visione distorta del pubblico, che lo identifica con lo Stato e dimentica che esso è, piuttosto, riferito alla dimensione politica come tale, ben più ampia dell’orizzonte statale, perché radicata nell’orientamento dell’intera società civile, nel suo complesso, al bene comune” (Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, La sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009, pag. 65).
Non sfugge, invece, a tutti voi qui presenti ma soprattutto non può e non deve essere sottaciuto da nessuno il carattere pubblico delle scuole paritarie, già ufficialmente affermato dal Parlamento italiano con la legge n. 62 del 2000 che, ispirandosi al principio costituzionale della libertà educativa e dandone applicazione, stabilisce che “il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”, riconosce appunto il carattere pubblico delle scuole paritarie - definite come “le istituzioni scolastiche non statali, comprese quelle degli enti locali che, a partire dalla scuola per l’infanzia, corrispondono agli ordinamenti generali dell’istruzione e sono coerenti con la domanda formativa delle famiglie” - e, inoltre, specifica che alle scuole paritarie “è assicurata piena libertà per quanto concerne l'orientamento culturale e l'indirizzo pedagogico-didattico. Tenuto conto del progetto educativo della scuola, l'insegnamento è improntato ai principi di libertà stabiliti dalla Costituzione. Le scuole paritarie, svolgendo un servizio pubblico, accolgono chiunque…” (Legge 10 marzo 2000 n. 62, "Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione", artt. 1 e 3).
Non va poi dimenticato che, già nel 1984 (quasi trent’anni fa!), una risoluzione del Parlamento Europeo sanciva che “il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario, e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti senza discriminazione nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale” (Risoluzione del Parlamento Europeo “Libertà d’insegnamento nella Comunità Europea” approvata il 13 marzo 1984, art 1.9). E un’altra risoluzione europea più recente - approvata il 4 ottobre 2012 - richiama con forza gli Stati membri a tutelare e garantire concretamente il diritto alla libertà di scelta educativa.
Il sistema paritario, come si evidenzia dai dati che seguono, è poi fondamentale anche per assicurare il raggiungimento degli obiettivi sulla formazione stabiliti dalla strategia per la crescita “Europa 2020” che prevede di raggiungere la scolarizzazione del 95% dei bambini fra i 4 ed i 6 anni, un traguardo semplicemente impossibile senza l’apporto delle scuole paritarie dell’infanzia.
Non possiamo riferirci all’Europa solo a corrente alternata, per appellarci ad essa quando chiede “rigore” o di fronte all’emergenza dell’immigrazione o, ancora, quando esprime pronunciamenti - specie su temi “sensibili” - che possono lasciare quantomeno perplessi... Sulla scuola, davvero, guardiamo di più all’Europa e a quanto avviene in tanti Paesi a noi vicini: ciò consentirebbe non solo di allargare lo sguardo ma anche, e soprattutto, di sciogliere preclusioni e pregiudizi, per imboccare finalmente una strada di sviluppo e vero progresso per la nostra Italia.
Ci sono ben noti - e molti dei presenti qui, oggi, li vivono ogni giorno sulla loro pelle - i gravi problemi derivanti dall’ancora non effettivo e concreto riconoscimento della parità scolastica, in particolare sul piano economico. Derivano da qui le crescenti sofferenze che stanno minando e mettendo a dura prova il sistema delle scuole paritarie: l’esasperante incertezza - per non parlare dell’esiguità - della disponibilità finanziaria, la perdurante lentezza nell’erogazione dei fondi, a fronte di dettagliate prescrizioni e puntigliosi controlli burocratici, ed anche l’assenza di uffici ministeriali con specifiche competenze sulle scuole paritarie.
Chi, in modo pretestuoso e ideologico, continua ad appellarsi in modo inesatto a quella parte del già citato art. 33 della Costituzione italiana, secondo cui il diritto di istituire scuole e istituti di educazione da parte di enti e privati deve avvenire “senza oneri per lo Stato”, farebbe bene a ritornare alla “volontà del legislatore” e a rileggersi i resoconti della seduta dell’Assemblea Costituente del 29 aprile 1947 quando, rispondendo ad un’obiezione di Giovanni Gronchi, il proponente di quel passaggio - il liberale Epicarmo Corbino - lo motivò così: “Noi non diciamo che lo Stato non può intervenire mai in favore degli istituti privati, diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. E’ una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare”.
Dobbiamo metterci tutti di fronte alla realtà delle cose: le scuole paritarie non sono un onere nei confronti dello Stato ed è molto di più quanto fanno risparmiare alla collettività rispetto a quanto ricevono da essa.
I dati e le statistiche, poi, parlano chiaro. A livello italiano le scuole paritarie rappresentano il 24% delle scuole italiane; la maggioranza sono scuole dell’infanzia - che raccolgono spesso bambini per i quali non c’è posto nelle strutture statali - e scuole primarie. Nel nostro Paese le scuole paritarie educano circa il 10% della popolazione scolastica, ma ricevono dallo Stato solo l’1% della quota stanziata per gli istituti. E nelle nostre regioni questi numeri diventano ancora più rilevanti poiché nel Veneto, ad esempio, frequenta una scuola paritaria il 20% degli allievi che diventano addirittura i 2/3 del totale nelle scuole per l’infanzia.
Ma l’elemento più fragoroso viene dal versante dei costi: se il costo medio annuo per ogni alunno della scuola statale arriva a sfiorare i 7.000 euro, quello stanziato dall’erario per ogni alunno delle scuole paritarie è attorno, solamente, ai 500 euro. Emerge un dato certo e inequivocabile: in media ogni allievo di scuola statale costa allo Stato una somma di almeno 10 volte superiore - volendo stare “bassi” - rispetto ad un coetaneo iscritto alla scuola paritaria. E’ stato calcolato che le scuole paritarie - e in esse quelle di ispirazione cattolica sono la stragrande maggioranza - fanno risparmiare allo Stato non meno di 6 miliardi di euro l’anno. Come una quota consistente di una legge di stabilità o l’equivalente di una manovra integrativa!
Opportunamente e tristemente si è rilevato che “nel rapporto tra Stato e scuola paritaria si prefigura una sorta di applicazione del principio di sussidiarietà al contrario, nel senso che sono le scuole paritarie ad aiutare finanziariamente lo Stato” (Giuseppe Rusconi, L’impegno. Come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno, Rubbettino 2013, p. 51).
Al contrario “la sussidiarietà chiede che, nella convivenza sociale, le istanze superiori siano di sostegno e supporto a quelle inferiori... Così, le istanze inferiori non solo non devono essere assorbite dalle superiori ma, per quanto è in loro potere, devono esprimere la loro peculiare vitalità e fattiva collaborazione nei confronti del bene comune” (Francesco Moraglia, Una fede amica dell’uomo, Cantagalli, Siena 2013, p. 130).
Le scuole paritarie - accanto agli annosi problemi dei contributi congelati, ritardati e decurtati - si sentono “tartassate” e maltrattate, anche fiscalmente (e alle porte c’è pure un aumento dell’Iva nel settore). E non possiamo dimenticare, infine, l’esistenza di una questione di giustizia che dovrebbe portare a considerare in modo diverso, in particolare sul piano fiscale e nella composizione del reddito familiare, il pagamento della retta scolastica da parte dei genitori che scelgono, per i loro figli, la scuola paritaria dopo aver già contribuito alle spese dello Stato con il “normale” pagamento delle tasse.
La grave situazione di precarietà in cui opera il sistema scolastico paritario, generata dalla diminuzione dei finanziamenti statali (nei prossimi tre anni sono previsti tagli nella misura del 50%) e dal ritardo cronico con cui vengono erogati, sta determinando la chiusura di molte scuole. Stiamo così perdendo e rischiamo di smantellare, inermi, un ingente patrimonio costruito in tanti anni, specialmente in queste terre del Nordest, e che verrebbe a mancare - paradossalmente - proprio in un momento in cui si sente di più l’esigenza di scuola, di educazione, di cultura. Evidenzio, solo a titolo d’esempio, la straordinaria capacità educativa dimostrata dalla formazione professionale nel fornire competenze specifiche e nel contrastare la dispersione scolastica ed ogni forma di marginalizzazione dei giovani e quanto sia strategico oggi, anche in chiave di inserimento lavorativo, assicurare a tale settore adeguate risorse.
Non da oggi i Vescovi del Triveneto hanno accolto e rilanciato il grido d’allarme delle associazioni e federazioni delle scuole paritarie che avvertono la seria e fondata preoccupazione di non poter più garantire in futuro l’offerta formativa del settore scolastico paritario. Oggi non c’è più tempo da perdere e c’è bisogno di decisioni forti e urgenti.
Siamo consapevoli - lo osservavo poco fa - di essere giunti ad un bivio: è importante che quanti rivestono una qualche autorità, politici e amministratori in primis, ed hanno a cuore il bene comune della scuola e della scuola paritaria cattolica dicano esplicitamente e senza mezze misure verso quale direzione vogliono andare e quali azioni intendano praticare perché non succeda l’irreparabile.
Le buone intenzioni non bastano più: ogni mese, ogni giorno, la situazione si aggrava ulteriormente e assistiamo impotenti alla progressiva chiusura di parecchie scuole. Il rischio del “collasso” di tutto il sistema educativo di istruzione e di formazione del nostro territorio - finora punto di riferimento e, per certi aspetti, anche trainante per l’intero sistema italiano - è reale.
Si fa sempre più attuale e urgente il richiamo che, già nel 2011, espresse il Santo Padre Benedetto XVI: “…esorto tutti i governi a promuovere sistemi educativi che rispettino il diritto primordiale delle famiglie a decidere circa l’educazione dei figli e che si ispirino al principio di sussidiarietà, fondamentale per organizzare una società giusta” (Benedetto XVI, Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 10 gennaio 2011). Assicurare alla famiglia il diritto “primordiale” a scegliere da chi farsi aiutare per educare i propri figli e promuovere sistemi educativi ispirati al principio di sussidiarietà sono, come ampiamente rilevato, principi che toccano profondamente la scuola paritaria.
Siamo convinti che rispondere politicamente e culturalmente alle questioni della parità e dell’autonomia scolastica, della libertà di scelta educativa da parte delle famiglie e del pluralismo nel sistema scolastico e formativo contribuisca al bene reale ed effettivo della società italiana.
Illuminanti, a tal proposito, sono alcune riflessioni già poste, negli anni scorsi, dall’allora card. Bergoglio: «La libertà di educazione è un principio irrinunciabile per la Chiesa… (che) implica, come condizione per una sua autentica realizzazione, la piena facoltà di scelta in favore di chiunque intenda optare per una formazione più consona ai principi e valori etici che vengono ritenuti fondamentali». Spetta qui ai genitori un «diritto non trasferibile», che «proprio per il suo significato ed il suo scopo deve essere fermamente garantito dallo Stato», anche «attraverso finanziamenti pubblici - che derivano dalle entrate erariali di tutti - in modo da essere garantito ad ogni genitore, indipendentemente dalle proprie condizioni sociali, la scelta educativa che reputa migliore secondo la propria coscienza, all’interno di una pluralità di offerte formative. Questo è il fondamento giuridico su cui si basa la sovvenzione pubblica alle scuole» (cfr. Libertà di educare secondo Papa Francesco di Gianfranco Amato, da “La nuova bussola quotidiana” del 3 aprile 2013).
Siamo giunti a Verona mossi dalla passione e dall’impegno che anima ciascuno di noi e muove le nostre Chiese per l'educazione perché siamo convinti che così si continua a generare e si creano persone libere, che conoscono la realtà e sono in grado di affrontarla. L'educazione, infatti, può contenere un'infinità di mansioni ma deve puntare soprattutto a formare persone che si aprono sulla realtà della vita. In questa prospettiva la scuola - che si identifica per la sua ispirazione e fondazione cattolica - è una ricchezza per tutti, perché offre un progetto educativo specifico e completo.
La scuola paritaria collabora al bene comune e contribuisce a costruire il bene di tutti. La libertà dei genitori, la libertà delle associazioni e la libertà della Chiesa si realizzano e offrono il loro contributo al bene comune attraverso il principio della sussidiarietà: questa è la scuola paritaria, questa è la scuola cattolica!
Tale principio di sussidiarietà esclude ogni forma di monopolio scolastico, che contraddice il diritto della persona di trasmettere e generare cultura in modo libero. I monopoli sono sempre delle strade pericolose, che giovano a qualcuno ma non al bene comune. E la società non può appiattirsi su una forma monopolistica.
Il contributo delle varie realtà associative e delle differenti identità culturali, compresa quella cattolica, arricchisce la nostra società con la proposta di un insegnamento rigoroso e originale, seppur ossequiente ai piani ministeriali. Si allargano così le opportunità per tutti e in questo pluriforme arricchimento culturale e formativo si opera davvero per il bene comune.
Occorre riscoprire da parte di tutti, e da noi cattolici per primi, la consapevolezza che non siamo a chiedere sconti o a rivendicare privilegi di parte ma siamo impegnati - concretamente, ogni giorno - per costruire il bene comune in quello che è uno degli ambiti più importanti del vivere sociale, l'educazione e la formazione, e che rappresenta, senza retorica, il futuro delle nostre comunità.
Poche settimane fa ho voluto dire queste stesse cose, con franchezza, anche ai ragazzi del polo educativo del Patriarcato di Venezia (Cavanis/ Marcianum), perché tutti noi - dagli adulti ai più giovani - dobbiamo diventare più consapevoli di quello che siamo realmente, dei nostri doveri e dei nostri diritti. Senza un’autentica consapevolezza siamo, infatti, più timorosi e privi di risposte.
Ho detto a loro ed oggi lo ripeto a voi, rappresentanti delle scuole paritarie del Nordest: non siete dei privilegiati né, tantomeno, la “scuola dei ricchi” ma costituite un modo bello, popolare e originale e soprattutto pluralista e democratico di intendere la società in rapporto allo Stato. Ho detto a loro e lo ripeto a voi: portate in voi la consapevolezza di quello che siete e sarete sempre più persone libere.
Rammento, a tal proposito, che le associazioni ed organizzazioni scolastiche amano riconoscersi - oggi più che mai - in quel famoso e vibrante discorso pronunciato a Versailles dal card. Lustiger, arcivescovo di Parigi, nel 1984 di fronte ad oltre un milione e mezzo di persone, di svariata provenienza, che protestavano contro una proposta di legge che tendeva a discriminare e penalizzare la scuola non statale: ”Una passione comune ci riunisce: la libertà. La libertà di insegnamenti e di apprendimento sono un diritto e non si transige su un diritto… La libertà non la si può negoziare, è ciò che permette di negoziare. Il diritto non si può negoziare, è ciò che dà i mezzi per negoziare”.
Oggi la nostra presenza vuole, dunque, essere un segno della comune passione per la scuola e, nel contempo, desidera esprimere un forte appello alla sensibilità e alla responsabilità di tutti - e soprattutto della politica - perché operi sempre per il bene, secondo le reali priorità del nostro Paese.
E’, questo, un appello di libertà, di giustizia e di civiltà, non una richiesta di privilegi in nome di una fede o, tantomeno, di un’ideologia. La possibilità che in Italia coesistano istituzioni scolastiche non statali è garanzia di libertà, di pluralismo, e - lo ripeto - di democrazia; la loro presenza, poi, non si pone in termini di antagonismo e ostilità rispetto alla scuola statale ma, piuttosto, di reciprocità, collaborazione e sinergia perché entrambe svolgono una funzione pubblica per il bene comune.
La scuola, tutta la scuola, fa parte del bene sociale, del bene comune, bene di tutti e per tutti, e noi come Chiesa desideriamo essere vicini e presenti a questo mondo, con tutta la nostra passione e la nostra speranza che scaturiscono dal Vangelo di Gesù Cristo.
La Chiesa è per la scuola perché la Chiesa ha a cuore i bambini, i ragazzi e i giovani, ha a cuore la famiglia, ha a cuore la società intera. 

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